Stili educativi
Dott.ssa Fiorina Merano
Dott.ssa Fiorina Merano
Stili educativi: che tipo di genitore sono?
Autoritario, permissivo, autorevole o poco presente? Il modo in cui educhiamo lascia un segno, ma possiamo sempre fermarci, osservarci e scegliere di cambiare.
Quando diventiamo genitori nessuno ci consegna un manuale di istruzioni.
Entriamo nella relazione educativa portando con noi ciò che siamo, quello che abbiamo vissuto, il modo in cui siamo stati educati, le nostre convinzioni, le nostre paure e perfino quelle frasi che avevamo giurato a noi stessi che non avremmo mai pronunciato.
POI ARRIVA UN FIGLIO.
E qualche volta ci sorprendiamo a dire proprio:
«Finché vivi in questa casa fai quello che dico io!»
Oppure, all'estremo opposto:
«Va bene, fai come vuoi, basta che non litighiamo.»
È anche da queste piccole situazioni quotidiane che emerge quello che in pedagogia e psicologia viene definito stile educativo genitoriale: il modo relativamente stabile attraverso il quale un genitore stabilisce regole, manifesta affetto, pone limiti, comunica aspettative e risponde ai bisogni del figlio.
Ma conoscere gli stili educativi non dovrebbe servire a stabilire quali siano i genitori "bravi" e quali quelli "sbagliati".
Dovrebbe aiutarci a porci una domanda molto più utile:
«Che cosa sto insegnando a mio figlio attraverso il modo in cui mi relaziono con lui?»
Lo stile autoritario: «Si fa così perché lo dico io»
Nello stile autoritario le regole sono numerose, generalmente rigide e poco negoziabili. L'adulto decide ciò che è giusto e il bambino è chiamato soprattutto a obbedire. L'errore può essere seguito da punizioni, rimproveri o conseguenze molto severe e lo spazio per spiegare le proprie ragioni è limitato. Dietro questo stile, però, non c'è necessariamente un genitore freddo o poco affettuoso. Molto spesso c'è un adulto convinto che educare significhi preparare il figlio alla vita attraverso la disciplina, oppure un genitore che teme che concedere troppo spazio possa significare perdere il proprio ruolo.
Il rischio è che il bambino impari a rispettare la regola soprattutto perché teme la conseguenza e finché l'adulto è presente, obbedisce.
Ma cosa succede quando l'adulto non c'è?
L'obiettivo dell'educazione non dovrebbe essere soltanto ottenere un comportamento corretto, ma aiutare il bambino a comprendere progressivamente perché quel comportamento è importante.
C'è una grande differenza tra:
«Non lo faccio perché altrimenti mamma si arrabbia»
e
«Non lo faccio perché ho compreso che potrei fare male a qualcuno.»
Nel primo caso abbiamo ottenuto obbedienza.
Nel secondo stiamo costruendo consapevolezza.
Lo stile permissivo: «L'importante è che sia felice»
All'estremo opposto troviamo lo stile permissivo.
Il genitore è generalmente affettuoso, disponibile e attento ai bisogni del figlio, ma incontra difficoltà nel porre limiti e nel mantenere le regole. A volte dice di no e, davanti alle proteste, quel no diventa lentamente un sì, altre volte evita direttamente il conflitto. Perché vedere il proprio bambino arrabbiato, frustrato o deluso può essere molto difficile.
Dietro la permissività può esserci una convinzione profondamente affettiva:
«Non voglio farlo soffrire.»
Eppure anche il limite è una forma di cura.
Un bambino ha bisogno di scoprire che non tutto può essere ottenuto immediatamente, che esistono tempi di attesa, regole da rispettare e desideri che qualche volta devono incontrare un no. La frustrazione, quando è proporzionata all'età e accompagnata da un adulto presente, non è qualcosa da eliminare dalla vita del bambino. È qualcosa che può imparare gradualmente ad attraversare.
Dire:
«Capisco che sei arrabbiato perché vorresti continuare a giocare, ma adesso dobbiamo andare»
significa riconoscere l'emozione senza rinunciare al proprio ruolo educativo.
Accogliere un'emozione, infatti, non significa necessariamente assecondare un comportamento.
Lo stile trascurante: quando viene a mancare la presenza
Esiste poi una modalità caratterizzata da un basso coinvolgimento educativo.
Il genitore può essere poco presente nella quotidianità del figlio, conoscere poco ciò che accade nella sua vita e offrire pochi limiti ma, allo stesso tempo, anche poco sostegno emotivo.
È importante parlarne con molta cautela.
La scarsa presenza non deriva sempre da disinteresse. Possono esserci situazioni familiari complesse, difficoltà lavorative, separazioni conflittuali, fragilità personali o periodi nei quali un adulto dispone semplicemente di pochissime risorse emotive.
Per un bambino, però, la presenza dell'adulto è fondamentale.
E presenza non significa controllare ogni cosa.
Significa trasmettere:
«Ci sono. Mi interessa quello che ti accade. Ti osservo senza invaderti. E quando ne avrai bisogno, saprai dove trovarmi.»
Con l'adolescenza questa presenza cambia forma, ma non perde importanza.
Anzi, proprio quando un ragazzo sembra chiedere maggiore distanza, ha ancora bisogno di sapere che esiste un adulto sufficientemente stabile da rimanere lì.
Lo stile autorevole: affetto e limite possono stare insieme
Arriviamo allo stile generalmente considerato più funzionale allo sviluppo: lo stile autorevole. E qui è fondamentale non confondere autorevolezza e autorità.
Il genitore autorevole pone regole e limiti, ma cerca di renderli comprensibili. Ascolta il figlio senza rinunciare al proprio ruolo e accoglie le emozioni, ma non ritiene che ogni comportamento debba essere accettato. Permette progressivamente autonomia, mantenendo una presenza adeguata all'età.
Può dire:
«Capisco che sei arrabbiato con me. Hai diritto ad essere arrabbiato. Ma questa regola rimane.»
In questa frase convivono due elementi fondamentali dell'educazione:
la relazione e il confine.
Il bambino non deve scegliere tra sentirsi amato ed essere educato. Può ricevere entrambi.
Autorevole non significa perfetto
A questo punto qualcuno potrebbe pensare:
«Allora devo essere sempre calmo, coerente, disponibile e capace di trovare le parole giuste.»
No.
Sarebbe un obiettivo impossibile.
Anche un genitore generalmente autorevole può perdere la pazienza.
Può gridare.
Può essere troppo rigido una sera e troppo permissivo quella successiva.
Può pronunciare una frase di cui si pente cinque minuti dopo.
Gli stili educativi descrivono tendenze prevalenti, non fotografie immobili della persona.
Soprattutto, essere autorevoli non significa non sbagliare.
Significa anche essere capaci, dopo aver sbagliato, di tornare nella relazione.
Un genitore può dire:
«Prima ho urlato. Ero molto arrabbiato, ma avrei potuto parlarti diversamente. La regola rimane, però mi dispiace per il modo in cui te l'ho detta.»
Chiedere scusa a un figlio non indebolisce l'autorevolezza.
Al contrario, gli insegna qualcosa di straordinariamente importante: che si può sbagliare, assumersi la responsabilità del proprio comportamento e provare a riparare.
Da dove viene il nostro modo di educare?
C'è poi una domanda che considero fondamentale:
Perché educhiamo proprio in questo modo?
Molte delle nostre modalità educative non nascono nel momento in cui diventiamo genitori.
Arrivano da molto più lontano.
Un adulto cresciuto con regole rigidissime potrebbe riproporle perché sono l'unico modello educativo che conosce.
Oppure potrebbe fare esattamente il contrario:
«Io ho sofferto tanto per tutti quei no. Mio figlio sarà libero.»
E rischiare, senza volerlo, di faticare a porre qualsiasi limite.
Chi non si è sentito ascoltato potrebbe diventare un genitore attentissimo all'ascolto.
Oppure potrebbe scoprire di non sapere come si fa, semplicemente perché nessuno glielo ha mostrato.
Per questo, quando parliamo di educazione dei figli, prima o poi incontriamo inevitabilmente la nostra storia di figli.
«Io sono stato cresciuto così e sono venuto su bene»
È una frase che sentiamo spesso.
Forse è vera.
Ma potremmo provare ad aggiungere una domanda:
«Sono diventato ciò che sono grazie a tutto quello che ho ricevuto oppure, in alcuni aspetti, nonostante ciò che ho ricevuto?»
Non serve processare i nostri genitori.
Ogni generazione educa con gli strumenti, le conoscenze e la cultura del proprio tempo.
Rileggere la propria educazione serve a qualcosa di diverso: scegliere consapevolmente che cosa desideriamo conservare e che cosa non vogliamo trasmettere.
Possiamo essere profondamente grati per alcuni segni ricevuti e decidere, allo stesso tempo, che altri termineranno con noi.
Quale genitore voglio essere?
Forse questa è una domanda più interessante di:
«Che tipo di genitore sono?»
Perché la prima rischia di diventare un'etichetta.
La seconda apre una possibilità.
Possiamo osservare le nostre reazioni.
Possiamo accorgerci che diciamo troppi sì perché facciamo fatica a sostenere la rabbia di nostro figlio.
Possiamo riconoscere che imponiamo troppe regole perché abbiamo paura di perdere il controllo.
Possiamo scoprire che alcune battaglie quotidiane non riguardano davvero nostro figlio, ma qualcosa che appartiene alla nostra storia.
E possiamo cambiare.
Non tutto insieme.
Non perfettamente.
Ma consapevolmente.
Perché lo stile educativo non è una condanna e diventare genitori non significa smettere di crescere.
Forse significa proprio il contrario.
Educare un figlio significa anche educare sé stessi
I figli hanno una straordinaria capacità di mostrarci parti di noi che non conoscevamo.
Mettono alla prova la nostra pazienza, il nostro bisogno di controllo, la capacità di tollerare il conflitto, le nostre paure e le nostre aspettative.
E proprio per questo la relazione educativa può diventare anche una grande occasione di crescita personale.
Non dobbiamo diventare genitori perfetti.
I nostri figli non ne hanno bisogno.
Hanno bisogno di adulti presenti, sufficientemente coerenti, capaci di porre limiti senza umiliare, di ascoltare senza rinunciare al proprio ruolo e, soprattutto, disponibili a interrogarsi.
Perché forse uno dei gesti più profondamente educativi che possiamo compiere è proprio questo:
fermarci ogni tanto e chiederci non soltanto che cosa vogliamo cambiare nei nostri figli, ma che cosa possiamo cambiare nel nostro modo di stare accanto a loro.
Quando fermarsi a riflettere può fare la differenza
Ci sono momenti in cui un genitore sente che qualcosa nella relazione con il proprio figlio non funziona più come vorrebbe.
I no diventano battaglie, le regole non vengono rispettate, ci si scopre a gridare più di quanto si vorrebbe oppure, al contrario, si finisce per cedere continuamente pur di evitare il conflitto.
Non significa necessariamente che ci sia qualcosa che "non va" nel genitore o nel bambino.
A volte è semplicemente necessario fermarsi e osservare la relazione da una prospettiva diversa.
La consulenza pedagogica può offrire proprio questo spazio: comprendere quali dinamiche si stanno creando, riconoscere il proprio stile educativo e cercare modalità più consapevoli e coerenti con i bisogni di quel bambino, di quell'adolescente e di quella specifica famiglia.
Se senti il bisogno di interrogarti sul tuo modo di educare, nel mio studio possiamo prenderci uno spazio per farlo insieme, senza giudicare il genitore che sei, ma provando a comprendere il genitore che desideri essere.