Educare
Dott.ssa Fiorina Merano
Dott.ssa Fiorina Merano
Educare è una parola che utilizziamo continuamente, soprattutto quando parliamo di bambini, di scuola e di genitorialità.
“Dobbiamo educare i nostri figli.”
“È importante educare al rispetto.”
“La scuola ha il compito di educare.”
Ma siamo davvero consapevoli di ciò che significa educare?
Forse dovremmo fermarci proprio qui, prima ancora di parlare di regole, comportamenti, risultati o obiettivi educativi.
Perché educare non significa semplicemente insegnare a un bambino come comportarsi.
Educare significa accompagnarlo nel suo percorso di crescita, aiutandolo a diventare progressivamente la persona che può essere.
Il termine educare viene comunemente ricondotto al latino educĕre, cioè “tirare fuori”, “condurre fuori”, e al verbo educāre, con il significato di allevare, nutrire, far crescere.
Ed è proprio questa duplice dimensione che trovo particolarmente significativa.
Educare significa nutrire, sostenere, offrire strumenti, protezione e opportunità.
Ma significa anche tirare fuori, permettere che ciò che è presente nel bambino possa emergere e svilupparsi.
Questo cambia profondamente il modo in cui guardiamo all’educazione.
Un bambino non è un contenitore vuoto da riempire, non è qualcuno da modellare secondo le aspettative dell’adulto, ma è una persona in crescita, con caratteristiche, tempi, inclinazioni e potenzialità proprie.
Il compito dell’adulto non è decidere chi dovrà diventare, ma creare le condizioni affinché possa costruire se stesso.
A volte, nella convinzione di aiutare i nostri figli, rischiamo di sostituirci a loro.
Facciamo per loro ciò che potrebbero fare da soli.
Anticipiamo ogni difficoltà.
Risolviamo ogni problema.
Interveniamo prima ancora che possano provare.
Lo facciamo per amore, per proteggerli, perché magari abbiamo fretta o perché temiamo che possano sbagliare.
Ma anche l’errore fa parte della crescita.
Un bambino ha bisogno di sperimentare il “posso farcela”, così come ha bisogno di sperimentare il “non ci sono riuscito, ma posso riprovare”.
Educare significa allora anche lasciare spazio.
Spazio per provare.
Spazio per sbagliare.
Spazio per pensare.
Spazio per scegliere, quando è possibile.
Spazio per diventare autonomi.
L’autonomia non nasce quando l’adulto fa tutto perfettamente al posto del bambino.
Nasce quando l’adulto, con pazienza e fiducia, gli permette di fare ciò che è nelle sue possibilità.
C’è però un altro aspetto dell’educazione che oggi, talvolta, sembra essere diventato difficile da accettare: il limite.
Educare non significa lasciare che il bambino faccia tutto ciò che desidera.
Non significa evitare ogni frustrazione.
Non significa dire sempre di sì per non farlo soffrire.
Un bambino ha bisogno di adulti capaci di dire anche “no”.
Un no che non umilia.
Un no che non spaventa.
Un no che non nasce dalla rabbia.
Un no che contiene, protegge e orienta.
Perché il limite, quando è chiaro, coerente e adeguato all’età, non è necessariamente una privazione della libertà.
Può diventare, al contrario, una cornice dentro la quale il bambino può sentirsi sicuro.
Ed è qui che l’educazione incontra l’autorevolezza.
L’adulto autorevole non ha bisogno di imporsi continuamente.
Sa assumersi la responsabilità del proprio ruolo.
Sa ascoltare il bambino senza rinunciare ad essere adulto.
Sa accogliere le emozioni senza permettere che siano le emozioni a decidere tutto.
Educare non passa soltanto attraverso le parole.
Passa attraverso ciò che facciamo ogni giorno.
Attraverso il modo in cui affrontiamo una difficoltà.
Attraverso il modo in cui parliamo agli altri.
Attraverso il modo in cui gestiamo la rabbia.
Attraverso il modo in cui chiediamo scusa.
Attraverso il modo in cui rispettiamo le regole che chiediamo ai nostri figli di rispettare.
I bambini osservano.
E molto spesso apprendono più da ciò che vivono che da ciò che noi diciamo loro.
Per questo educare richiede una grande responsabilità: ci chiede di interrogarci non soltanto sul comportamento del bambino, ma anche sul nostro comportamento di adulti.
Che esempio sto dando?
Che messaggio sto comunicando?
Quale modello di relazione sto offrendo?
Sono domande importanti, anche quando le risposte non sono semplici.
Forse una delle convinzioni più dannose è pensare che per educare bene sia necessario essere sempre sicuri, coerenti e capaci di fare la cosa giusta.
Non è così.
Educare è un percorso.
Anche l’adulto può sbagliare.
Può perdere la pazienza.
Può avere dei dubbi.
Può cambiare idea.
Può accorgersi di aver utilizzato una modalità che non ha funzionato.
E questo non significa necessariamente aver fallito.
Significa essere umani.
La vera responsabilità educativa, forse, non consiste nell’essere perfetti, ma nella disponibilità a mettersi in discussione.
Osservare.
Ascoltare.
Riflettere.
Provare nuovamente.
Perché educare significa anche crescere insieme.
Ogni giorno, attraverso piccoli gesti apparentemente insignificanti, gli adulti contribuiscono alla costruzione della persona che quel bambino diventerà.
Quando insegniamo a rispettare gli altri, stiamo costruendo cittadinanza.
Quando permettiamo ad un bambino di provare da solo, stiamo costruendo autonomia.
Quando accogliamo una sua emozione senza giudicarla, gli insegniamo che ciò che prova può essere riconosciuto e compreso.
Quando poniamo un limite, gli insegniamo che la libertà convive con la responsabilità.
Quando gli chiediamo di rimediare ad un errore, gli insegniamo che sbagliare non significa essere sbagliati.
Ecco perché educare è una responsabilità enorme.
Ma è anche una delle esperienze più preziose che un adulto possa vivere.
Forse significa tutto questo.
Educare è accompagnare senza sostituirsi.
È proteggere senza soffocare.
È dare regole senza togliere libertà.
È ascoltare senza rinunciare al proprio ruolo.
È accogliere senza permettere che tutto sia consentito.
È insegnare, ma soprattutto è mostrare.
È lasciare spazio affinché l’altro possa crescere.
E, soprattutto, è ricordarsi che davanti a noi non abbiamo un bambino da “aggiustare”, ma una persona da accompagnare nel suo cammino di crescita.
Educare, in fondo, non significa decidere chi un bambino dovrà essere.
Significa avere la responsabilità e la delicatezza di accompagnarlo mentre scopre, giorno dopo giorno, chi può diventare.
A volte educare può diventare faticoso.
Ci sono momenti in cui non sappiamo più come comportarci, ci chiediamo se stiamo facendo la cosa giusta, oppure ci troviamo di fronte a comportamenti che facciamo fatica a comprendere e a gestire.
In questi momenti fermarsi e chiedere aiuto non significa non essere capaci di educare.
Significa, al contrario, prendersi cura del proprio ruolo educativo.
Uno spazio di consulenza pedagogica può essere proprio questo: un luogo in cui fermarsi, raccontare ciò che sta accadendo, osservare la situazione da un'altra prospettiva e trovare insieme nuove possibilità educative.
Nel mio studio accolgo genitori, educatori e adulti che desiderano comprendere meglio le proprie difficoltà educative e affrontarle con maggiore consapevolezza.
Perché non esistono ricette valide per ogni bambino e per ogni famiglia.
Esiste, però, la possibilità di fermarsi, riflettere e cercare insieme la strada più adatta.
E forse è proprio questo uno dei significati più autentici dell'educare: non avere sempre tutte le risposte, ma avere il coraggio di continuare a cercarle.