Insegnare
Dott.ssa Fiorina Merano
Dott.ssa Fiorina Merano
Insegnare...
Significa lasciare il segno
Ogni incontro educativo lascia una traccia. La responsabilità dell’adulto è provare a fare in modo che sia una traccia capace di accompagnare, e non una ferita da portare con sé.
Ci sono parole che utilizziamo così spesso da dimenticare quanto siano profonde.
Una di queste è insegnare.
Siamo abituati ad associare questa parola alla scuola, alle lezioni, ai libri, alle conoscenze da trasmettere. Insegnare sembra essere ciò che fa un docente quando spiega una materia, quando accompagna un alunno nell’apprendimento, quando gli permette di acquisire nuove competenze.
Eppure, dentro questa parola possiamo trovare qualcosa di molto più grande.
Il verbo insegnare deriva dal latino insignare, legato a signum: segno.
Insegnare significa, dunque, imprimere un segno.
E forse dovremmo fermarci qualche istante proprio qui.
Perché se insegnare significa lasciare un segno, allora la domanda non è soltanto che cosa insegniamo, ma soprattutto:
Quale segno lasciamo nelle persone che incontriamo?
Se proviamo a ripercorrere la nostra storia, probabilmente incontreremo persone delle quali ricordiamo pochissimo ciò che ci hanno detto, eppure ricordiamo perfettamente come ci hanno fatto sentire.
Un insegnante che ha creduto in noi quando noi stessi non ci credevamo.
Un genitore che ci ha fatto sentire accolti anche dopo un errore.
Un adulto che, in un momento difficile, ha saputo pronunciare la frase giusta.
Uno sguardo che ci ha restituito fiducia.
Una mano che ci ha accompagnato senza trascinarci.
Sono segni.
A volte piccoli, apparentemente insignificanti per chi li ha lasciati, ma capaci di accompagnare una persona per tutta la vita.
Forse chi ci ha detto una determinata frase molti anni fa non la ricorda nemmeno più.
Noi, invece, sì, perché le parole possono terminare nel momento in cui vengono pronunciate, ma il segno che lasciano può rimanere.
Purtroppo, non tutti i segni che riceviamo sono positivi.
Ci sono parole che sono rimaste scolpite dentro di noi:
«Non sei capace.»
«Tuo fratello è molto più bravo di te.»
«Da te non mi aspettavo niente di diverso.»
«Sei sempre il solito.»
Ci sono umiliazioni che un adulto ha dimenticato pochi minuti dopo e che un bambino può ricordare per anni.
Ci sono giudizi pronunciati con leggerezza che finiscono per diventare parte dell'immagine che una persona costruisce di sé.
E ci sono ferite educative che, anche quando diventiamo adulti, continuano qualche volta a sanguinare.
Magari non ce ne rendiamo nemmeno conto.
Eppure riemergono quando abbiamo paura di sbagliare, quando ci sentiamo inadeguati, quando cerchiamo continuamente l'approvazione degli altri o quando quella vecchia voce torna a suggerirci: «Non sei abbastanza.»
Anche questi sono segni.
Ed è proprio la consapevolezza della loro forza a farci comprendere quanto grande sia la responsabilità di chi educa.
Un bambino dimenticherà molte delle cose che gli abbiamo detto: dimenticherà una spiegazione, dimenticherà un esercizio, dimenticherà forse perfino il motivo per cui, un giorno, lo abbiamo rimproverato.
Ma potrebbe ricordare a lungo come si è sentito accanto a noi.
Se si è sentito capace.
Se si è sentito visto.
Se ha percepito che poteva sbagliare senza perdere il nostro affetto o la nostra stima.
Se ha imparato che una difficoltà non definisce il suo valore.
Per questo insegnare non appartiene soltanto agli insegnanti.
Insegna un genitore. Insegna un nonno. Insegna un educatore. Insegna un allenatore. Insegna ogni adulto che, attraverso la relazione, contribuisce alla costruzione dell'immagine che un bambino o un adolescente avrà di sé e del mondo.
Non insegniamo soltanto quando spieghiamo qualcosa, ma insegniamo attraverso il modo in cui ascoltiamo, attraverso il modo in cui correggiamo, attraverso le parole che scegliamo quando siamo arrabbiati, attraverso il modo in cui reagiamo a un errore.
E insegniamo perfino attraverso il modo in cui chiediamo scusa quando a sbagliare siamo noi.
C'è però un'altra parte di questa riflessione che mi sta particolarmente a cuore.
Che cosa facciamo dei segni negativi che altri hanno lasciato in noi?
Non possiamo cancellare la nostra storia.
Non possiamo tornare indietro e impedire che determinate parole vengano pronunciate o che alcune esperienze accadano.
Possiamo però decidere che cosa farne.
Esiste un'antica arte giapponese, il kintsugi, nella quale un oggetto di ceramica rotto non viene nascosto o gettato via. Le sue fratture vengono ricomposte e valorizzate attraverso l'oro.
La crepa rimane visibile.
Ma non è più soltanto il punto in cui l'oggetto si è rotto.
Diventa parte della sua storia e della sua bellezza.
Trovo che questa immagine abbia molto da dire anche all'educazione.
Forse alcuni dei segni che portiamo dentro non scompariranno completamente. Ma possiamo provare a trasformarli.
E una delle trasformazioni più profonde può avvenire proprio quando scegliamo di non lasciare negli altri le stesse ferite che qualcuno ha lasciato in noi.
Una persona che da bambina non si è sentita ascoltata può scegliere di diventare un adulto che ascolta.
Chi è stato continuamente giudicato può imparare a distinguere il comportamento dalla persona.
Chi è cresciuto pensando di non essere mai abbastanza può scegliere di ricordare a un bambino che il suo valore non dipende da un voto, da una prestazione o da un errore.
Non perché la sofferenza sia stata necessaria.
E nemmeno perché dobbiamo essere grati per ciò che ci ha ferito.
Ma perché possiamo scegliere di non permettere che quella ferita abbia l'ultima parola.
È qui che, metaforicamente, può comparire l'oro.
Il segno negativo che abbiamo ricevuto può diventare la consapevolezza che ci permette di lasciare un segno diverso.
E allora qualcosa cambia.
La nostra storia non viene cancellata, ma può diventare una risorsa.
C'è infine un aspetto dell'educazione di cui forse parliamo troppo poco.
Nel tentativo di lasciare segni positivi negli altri, possiamo iniziare a prenderci cura anche dei nostri.
Quando scegliamo di parlare con rispetto a un bambino, impariamo qualcosa sul rispetto.
Quando accogliamo il suo errore senza umiliarlo, forse iniziamo a guardare con maggiore indulgenza anche i nostri.
Quando gli diciamo «Puoi riprovare», qualche volta quella frase arriva anche a noi.
Quando gli insegniamo che non deve essere perfetto per avere valore, forse iniziamo lentamente a crederlo anche per noi stessi.
Perché la relazione educativa non trasforma soltanto chi viene educato. Trasforma anche chi educa.
Ed è forse una delle parti più belle e impegnative dell'insegnare.
Nessun adulto riuscirà a lasciare soltanto segni positivi: sbaglieremo parole, perderemo la pazienza, interpreteremo male alcune situazioni. A volte comprenderemo soltanto dopo che avremmo potuto fare diversamente.
Educare non significa essere perfetti.
Significa, però, essere abbastanza consapevoli da continuare a domandarci:
«Quale segno sto lasciando?»
È una domanda che può accompagnare un insegnante quando entra in classe, un genitore quando parla con suo figlio, un educatore davanti a un comportamento difficile.
E forse potrebbe accompagnare ciascuno di noi nelle relazioni quotidiane.
Perché non possiamo sapere quanto a lungo una nostra parola rimarrà nella vita di qualcuno.
Possiamo però scegliere con quale intenzione pronunciarla.
Concludo... promesso... è che mi piace troppo scrivere!
A volte, per comprendere il modo in cui educhiamo, è necessario fermarsi a guardare anche il modo in cui siamo stati educati.
Alcune nostre reazioni, paure o difficoltà nella relazione con bambini e adolescenti possono avere radici più lontane di quanto immaginiamo. Guardarle non significa cercare colpevoli, ma acquisire maggiore consapevolezza e scegliere quali modalità desideriamo portare avanti e quali, invece, vogliamo provare a cambiare.
È anche questo uno degli spazi che può offrire la consulenza pedagogica: un luogo in cui fermarsi, interrogarsi e dare un significato diverso ai segni che attraversano le nostre relazioni educative.
Se senti il bisogno di riflettere sul tuo modo di educare, sulle difficoltà che incontri o semplicemente sul segno che desideri lasciare, nel mio studio possiamo prenderci il tempo per farlo insieme.
Perché forse educare comincia proprio da qui: dalla consapevolezza dei segni che abbiamo ricevuto e dalla scelta di quelli che vogliamo lasciare.