L'Autorevolezza
Dott.ssa Fiorina Merano
Dott.ssa Fiorina Merano
Come tante parole della lingua italiana, “autorevolezza” è un termine così importante che merita di essere approfondito nel suo significato e dovrebbe entrare a far parte della nostra riflessione educativa, sia nella teoria sia nella pratica.
Un genitore ha il dovere di riflettere sullo stile educativo che adotta e capire se e come sia opportuno “correggere il tiro”. In effetti, a voler essere precisi, è invitato a riflettere su quanto appena scritto chiunque abbia una relazione di tipo educativo: non solo genitori, quindi, ma anche tutori, nonni, educatori e insegnanti di ogni ordine e grado.
L’autorevolezza è una delle dimensioni più importanti dell’educazione e non coincide con l’autorità e, soprattutto, non significa essere rigidi, severi o imporsi.
La persona autorevole è un adulto che riesce a diventare per il bambino un punto di riferimento stabile, credibile e rassicurante.
Questo non significa assolutamente che debba essere una roccia senza crepe o che debba essere perfetto.
(Nota bene: la perfezione non esiste e, se ne sei alla ricerca, forse uno psichiatra potrebbe aiutarti… scherzo! 😊)
Significa, piuttosto, che nella sua autenticità deve essere presente per il bambino e mai giudicante.
È bene, a questo punto, fare una piccola distinzione tra due termini molto simili: autorità e autorevolezza.
L’autorità fa riferimento al ruolo e alla posizione che si ricopre. Quando viene vissuta in modo rigido e autoritario, può trasformarsi in una relazione fortemente gerarchica:
“Io sono il genitore, tu sei il bambino e fai quello che ti dico io!”
E aggiungerei…
“Altrimenti sono guai!”
L’autorevolezza, invece, si costruisce soprattutto attraverso la relazione, la coerenza e la credibilità dell’adulto. Il ruolo genitoriale non perde affatto la sua importanza, ma viene esercitato attraverso il dialogo e il rispetto:
“Io sono il genitore, tu sei il bambino. Ti spiego perché una determinata cosa non si fa e ti dico NO. Ma questo non significa che ti giudico, che ti porto rancore o che mi sento ferito dalla tua mancanza di rispetto.”
E qui vi faccio una domanda…
Avete mai ricevuto quel ceffone che sembrava dovesse farvi cadere i denti e, subito dopo, avete sperimentato il mutismo genitoriale per diverse ore, se non addirittura per giorni?
Se sì, forse avete sperimentato uno stile autoritario, nel quale l’adulto cercava di imporsi attraverso la paura, la punizione o anche il ricatto emotivo.
L’autorevolezza nasce dalla coerenza ed è bene precisare che un genitore autorevole è, innanzitutto, un genitore coerente.
Le regole offerte al bambino devono essere poche, comprensibili e significative e, soprattutto, devono essere applicate con continuità.
Se oggi un comportamento viene considerato inaccettabile e domani viene tollerato senza una ragione, il bambino riceve un messaggio confuso.
La coerenza, inoltre, riguarda anche il rapporto tra ciò che l’adulto dice e ciò che fa.
E questo è un aspetto fondamentale.
Se dico a mio figlio che l’esposizione al cellulare è dannosa e poi ci passo le mie giornate — tant’è che il report settimanale che il cellulare mi offre il lunedì è sostanzialmente equivalente alle ore di sonno che dovrei fare, o forse anche maggiore — come posso pretendere che mio figlio mi ascolti?
E potrei fare altri esempi…
Come quando portiamo i bambini al parco con le giostrine a pagamento, concordiamo insieme cinque giri di giostra e poi ne facciamo tre perché ci siamo già stancati… oppure otto perché non riusciamo a dirgli di no!
Ecco che l’autorevolezza diventa qualcosa che coinvolge l’intera persona: pensieri, parole e comportamenti.
E coinvolge anche il bambino, contribuendo alla costruzione di una relazione sana.
Il bambino osserva continuamente l’adulto.
Impara molto più dal modo in cui l’adulto gestisce un conflitto, ascolta, parla, rispetta gli altri e affronta una difficoltà che dalle spiegazioni teoriche che riceve.
E, se ci pensiamo bene, anche noi adulti siamo ancora così.
Impariamo molto meglio dall’osservazione e dalla pratica che dai manuali o dalle parole di chi trasmette saperi e conoscenze senza mettersi minimamente in gioco.
Per questo motivo, educare significa anche essere un modello.
Non un modello perfetto, ma un modello umano, coerente e autentico.
Essere autorevoli significa anche mettere limiti e confini.
Dire “no” non significa essere autoritari.
Al contrario, il limite rappresenta per il bambino una forma di protezione e di orientamento.
Un bambino piccolo non possiede ancora tutti gli strumenti emotivi e cognitivi necessari per autoregolarsi completamente. Ha bisogno di un adulto che sappia dire:
“Capisco che sei arrabbiato, ma non puoi fare del male.”
In una frase come questa convivono due messaggi fondamentali:
“Riconosco la tua emozione”
e
“Mantengo un limite sul comportamento.”
È proprio questo equilibrio che rende educativa la relazione.
A differenza del genitore autoritario, il genitore autorevole non pretende sempre di avere l’ultima parola.
Può ascoltare il bambino, accogliere il suo punto di vista, comprendere il suo vissuto e, contemporaneamente, mantenere la propria responsabilità adulta.
Perché “ascoltare” non significa necessariamente “acconsentire”.
Ad esempio, possiamo dire:
“Capisco che tu non voglia andare via dal gioco, ma adesso è il momento di riordinare.”
In questo modo il bambino si sente ascoltato, ma non viene lasciato senza una guida.
L’adulto riconosce l’emozione, ma mantiene il limite.
E questo è un passaggio fondamentale.
Un adulto autorevole non crea dipendenza: crea autonomia.
Quando il bambino sa che l’adulto è presente, coerente e affidabile, può progressivamente sentirsi sicuro nell’esplorare, sperimentare, sbagliare e riprovare.
L’autorevolezza diventa quindi una sorta di “base sicura” dalla quale il bambino può partire per conquistare gradualmente la propria indipendenza.
Ed è proprio questo un aspetto particolarmente vicino alla prospettiva montessoriana: l’adulto non deve sostituirsi al bambino, ma preparare le condizioni affinché il bambino possa fare da sé.
L’obiettivo, quindi, non è avere un bambino che obbedisce sempre.
L’obiettivo è accompagnarlo affinché, nel tempo, possa sviluppare autonomia, responsabilità e capacità di autoregolazione.
Devo pur concludere prima o poi! 😄
Caro lettore, spero di non averti annoiato.
Possiamo dire che:
l’autorevolezza educativa è la capacità di essere per il bambino una presenza sufficientemente forte da offrire sicurezza e sufficientemente rispettosa da permettergli di diventare autonomo.
Quando educhiamo, quindi, non dovremmo chiederci soltanto:
“Come faccio a farmi ascoltare?”
Dovremmo chiederci soprattutto:
“Che tipo di adulto devo essere perché il bambino possa fidarsi di me, riconoscere il limite e, progressivamente, imparare a regolarsi da solo?”
È qui che l’autorevolezza diventa realmente educativa.
Oggi ti ho descritto, a grandi linee, uno dei cinque stili educativi, quello al quale, in un percorso di crescita educativa, dovremmo tendere.
Ti aspetto in studio se sei interessato a diventarlo.
Scriverò degli altri in un prossimo approfondimento.
Per ora basta così!
E se questo argomento ti ha fatto riflettere, scrivimi oppure prendi un appuntamento e vieni in studio: ne parleremo insieme, perché scopriremo che diventare autorevoli non è poi una missione impossibile!
Educare non significa essere perfetti.
Significa esserci, essere coerenti e imparare insieme.